lunedì 21 gennaio 2013

Clan in aula, il legale del Comune rinuncia. Doveva essere parte civile nel processo Polverino

(Pubblicato su Il Mattino del 19 gennaio 2013)

di Alessandro Napolitano Avrebbe dovuto curare gli interessi del comune fino alla sentenza del processo contro il clan Polverino, ma ha rinunciato all'incarico. Colpa del «deserto» che gli si è creato attorno col passare del tempo. L'avvocato Luigi Rossi ha detto «basta» al suo impegno che riguardava la costituzione di parte civile del comune nel procedimento che vede alla sbarra anche imprenditori di spessore, accusati di aver fatto affari con il clan che fa capo al boss indiscusso Giuseppe Polverino, detto 'o barone. Il legale, scelto dall'ex sindaco Massimo Carandente Giarrusso, ha restituito quanto il comune gli aveva versato per affrontare il processo, tra cui il suo onorario: appena 250 euro. Una cifra simbolica, accettata lo scorso maggio unicamente per formalità. «Avevo espressamente richiesto al sindaco Giarrusso di essere presente durante il processo. Il primo cittadino, non ha mancato un solo appuntamento. E' stato sempre al mio fianco a rappresentare il comune». A luglio, però, sono arrivate le dimissioni della fascia tricolore. Firmate dopo le perquisizioni dei carabinieri all'Ufficio tecnico e l'iscrizione nel registro degli indagati di quattro persone. Giarrusso, non indagato, gettò la spugna e lasciò l'incarico di sindaco. Era l'ennesimo terremoto giudiziario che scuoteva Quarto. L'avvocato Rossi, però, prosegue nel suo incarico. Acquisisce l'intera documentazione a carico degli imputati. Oltre 30mila pagine, tra intercettazioni telefoniche e informative. Da quel momento, però, il legale resterà solo nella sua missione. Al comune c'è oramai un commissario prefettizio che non potrà seguirlo nelle aule di tribunale per impegni istituzionali. A via De Nicola giungono diverse richieste scritte per ottenere la presenza attiva di un rappresentante del comune. L'unico risultato ottenuto fu però un'auto della municipale che lo accompagnò fin fuori l'aula bunker di Poggioreale. «Non era certo questo che avevo richiesto, l'auto ce l'ho - spiega l'avvocato - Ma anche dopo le altre mie richieste inoltrate non ho mai ricevuto alcuna risposta. Ecco perchè ho restituito tutto». Ora il processo sarà seguito da un altro legale. E' il procedimento che si sta celebrando con il rito ordinario. L'altro, con rito abbreviato, si è concluso con pesantissime condanne meno di un mese fa. Ma non porterà alcun risarcimento: il comune, infatti non riuscì a costituirsi parte civile, per un grave errore di valutazione dei tempi.

martedì 15 gennaio 2013

Casa di riposo non in regola: via alla chiusura. La struttura "Nuovi incontri" con sede in via Castagnaro. Tre mesi di tempo, ma famiglie e anziani annunciano barricate

(Pubblicato su Il Mattino del 13 gennaio 2013)

di Alessandro Napolitano Novanta giorni di tempo per chiudere la struttura e riaffidare tutti i suoi ospiti ai familiari. L'ordine perentorio è partito dal comune, inviato alla casa di riposo per anziani «Nuovi Incontri» di via Castagnaro. Chi gestisce la struttura, però, è pronto ad azioni clamorose, come portare gli stessi anziani e i dipendenti della casa di riposo fin fuori la sede che ospita gli uffici comunali. Alla base la scoperta di un abuso edilizio che riguarda, però, soltanto una parte della casa di riposo. La chiusura della struttura sarebbe una vera tragedia per i circa 30 anziani ospitati al suo interno, così come racconta il titolare, Gennaro Varriale: «Qui ci sono persone entrate oltre 25 anni fa. Per molti rappresenta la loro vera casa. Non si è mai verificato alcun episodio come tanti se ne sono purtroppo sentiti in altre case che ospitano anziani. Voglio stare dalla parte della legge. L'abuso c'è stato, ma si tratta soltanto della chiusura di un terrazzo. Non sarebbe giusto far andare via tutti gli ospiti da questa casa, dopo 26 anni di attività e la totale solidarietà di tutti gli anziani, dei loro familiari e dei dipendenti». La vita vissuta all'interno della casa di riposo, però, si scontra con la fredda realtà delle carte bollate. La vicenda si trascina da anni. Era il 2008 quando la polizia sanitaria del Nucleo di igiene pubblica dell'Asl Napoli 2 scoprì «gravi inadempienze e violazioni amministrative». Poco dopo un sopralluogo della polizia del commissariato di Pozzuoli arrivò la diffida al titolare a continuare la propria attività. L'anno dopo il sindaco ordinò ai Servizi sociali di provvedere al trasferimento di tutti gli ospiti presso le abitazioni dei parenti o altre strutture, oltre allo sgombero della casa di cura. Cosa che avvenne regolarmente, prima però che il proprietario la riaprisse nuovamente. A marzo scorso nella casa di riposo arrivano però i carabinieri del comando per la tutela della salute. Ha inizio una nuova «battaglia» burocratica. Gennaro Varriale inoltra una richiesta di autorizzazione al funzionamento. Sarà tutto inutile. Nei giorni scorsi il coordinatore dell'Ufficio di piano ordina di nuovo la cessazione di tutte le attività ed il relativo trasferimento degli anziani ospitati al suo interno. L'abuso edilizio c'è ed è parzialmente ammesso dallo stesso titolare che spera però in una sorta di «clemenza» da parte dei magistrati che si stanno occupando del caso. La vicenda potrebbe poi subire una svolta già in settimana. In Cassazione, infatti, verranno depositati tutti i documenti che il titolare, assieme al suo legale di fiducia Pietro Conte, ritiene rilevanti. «Per gli anziani ospitati questa casa di riposo è la loro vera residenza - spiega l'avvocato - Molti di loro hanno nelle proprie stanze anche mobili di proprietà e altre loro cose. I familiari sono pronti anche  alle barricate». Intanto il tempo scorre ed il termine previsto per lo sgombero di avvicina. Tra chi non ne vuole sapere di lasciare la casa di riposo c'è Raffaele, il più anziano: 97 anni; Gennaro, il primo ospite ad entrare nella struttura, nel 1988 o Assunta, la donna che detiene il record di permanenza: 17 anni. Pronti a difendere la casa di riposo anche le dieci famiglie dei dipendenti che lavorano qui da anni e che rischiano di rimanere senza occupazione.

giovedì 10 gennaio 2013

Anziana massacrata per il suo "tesoro". Presi dopo un anno

(Pubblicato su Il Mattino del 8 gennaio 2013)

di Alessandro Napolitano Donne anziane che vivevano da sole e in zone isolate. Era questo l'obiettivo della banda di rapinatori sgominata grazie alle indagini dei carabinieri. Tra i diversi colpi messi a segno anche quello finito in tragedia, con la morte di Antonietta Gigante, 76 anni. La donna venne ritrovata cadavere nel suo letto, dopo essere stata selvaggiamente picchiata. Era il 19 novembre del 2011. Poco più di un anno di indagini per chiudere il cerchio. Fondamentali i riscontri scientifici effettuati all'interno dell'abitazione della donna uccisa, in via Alice a Licola. Ugualmente importanti le intercettazioni telefoniche partite all'indomani di un'altra rapina consumata una settimana prima di quella finita nel sangue. Una «colpo» avvenuto a poche centinaia di metri di distanza dalla casa di Antonietta Gigante. Vittima una donna di 80 anni, trovata dai suoi vicini di casa con i polsi legati. Troppe analogie con la rapina che sarebbe poi costata la vita ad Antonietta Gigante, anche lei legata con un foulard, picchiata e lasciata agonizzante sul suo letto. Le indagini - inizialmente svolte alla Squadra Mobile, poi affidate ai carabinieri delle compagnie di Pozzuoli e Casal di Principe e coordinate dalla Procura di Napoli - partirono dai primi rilievi ematici. Diverse la tracce di sangue ritrovate nell'abitazione, sulle pareti, sulla lenzuola, lungo le scale. Ma soprattutto su una banconota da 50 euro che i rapinatori persero durante la fuga. Il sangue era riconducibile in gran parte alla donna. Ma ulteriori esami scientifici aprirono nuovi scenari investigativi. Il 30 novembre scorso viene arrestato Jeton Jella, albanese di 25 anni. E' accusato della prima rapina, sempre a Licola, commessa assieme ad un connazionale della stessa età, Xheli Besim. Con loro finiscono in manette anche due donne. La prima è Assunta Silvestro, 36 anni che abita a poca distanza dalla residenza dove viveva Antonietta Gigante e di cui conosceva tutte le abitudini. Un particolare importantissimo secondo i carabinieri. Era nell'abitazione della 36enne, infatti, che i componenti della banda attendevano il momento migliore per entrare in azione e rapinare le anziane del quartiere. A prelevare i rapinatori, portandoli nella «base operativa» di Cancello ed Arnone, ci pensava un'altra donna: Maria Domenica Lettieri di 38 anni. L'omicidio di Antonietta Gigante, invece, è stato compiuto secondo i carabinieri da Giovanni Lettieri, 40 anni, fratello di Maria Domenica. Tra le abitudini della vittima e ben note alla «basista» Assunta Silvestro quella di conservare in casa ingenti somme di denaro. Sposata con un piccolo commerciante poi deceduto, Antonietta Gigante avrebbe continuato ad avere rapporti di denaro con piccoli imprenditori e negozianti. A loro, infatti, avrebbe prestato diverse somme dietro il pagamento di forti interessi. Tra le prime piste battute dagli inquirenti, infatti, proprio quella della vendetta o ritorsione da parte di chi era finito nella rete di usura della donna. Ipotesi poi tramontata dopo ulteriori indagini. Si scavò ovviamente nelle vita privata della 76enne. Sotto la lente degli inquirenti anche i suoi più stretti parenti. Legami familiari non troppo cristallini quelli della donna, come con il boss Gennaro Longobardi, capo dell'omonimo clan di Pozzuoli e di cui Antonietta Gigante era zia. Un piccolo «tesoretto» in casa quello custodito dalla donna di cui però non è stata mai rinvenuta alcuna traccia. Sotto il materasso sarebbero stati nascosti oltre 10mila euro in contanti. Una somma che avrebbe poi attirato l'attenzione della banda di rapinatori, ma che avrebbe anche fatto aprire un fascicolo con l'accusa di omicidio.

Giovanni Lettieri, l'uomo accusato dell'omicidio
I verbali
"Sì, le ho dato un pugno. Zitta o lo tiro anche a te"

Un pugno in pieno volto per metterla a tacere. E' stata ammazzata così Antonietta Gigante. Il colpo fatale le venne sferrato da Giovanni Lettieri. E' quanto emerge dagli interrogatori degli indagati ora rinchiusi in carcere. Notevole spinta alle indagini sono arrivate dall'arresto di Assunta Di Silvestro. Ai pm ha raccontato: «Sono stato io ad ucciderla. Le ho dato un pugno in faccia. Qualche problema? Lo vuoi anche tu un pugno in faccia? Oppure lo devo dare ai tuoi figli?». Parole pronunciate da Lettieri subito dopo la sanguinosa rapina e rivolte a chi si era appena resa conto di aver dato una mano ad un assassino e non più solo ad un rapinatore. «Quando li vidi scendere dalla macchina, mi affacciai al balcone e chiesi: Ma che avete combinato? Avete ucciso la vecchia? Sentita questa affermazione Giovanni Lettieri si arrabbiò e disse: Vuoi fare la fine della vecchia anche tu? E ha proseguito nelle sue minacce per altri minuti dicendomi che se avessi riferito a qualcuno quanto accaduto avrei fatto la sua stessa fine, ripetendo che avrebbe colpito anche me con un pugno al volto e poi al petto». Raccapricciante anche il racconto di Besim Xheli: «salito al piano superiore dell'abitazione ci ha detto 'controllate voi la casa che mantengo io la vecchia'. Al momento del nostro arrivo la donna dormiva. L'azione è durata circa 20-30 minuti. Abbiamo preso circa 11mila euro, ma proprio mentre stavamo andando via, la donna si è svegliata e ha iniziato ad urlare. Non è stata legata ma ho visto Giovanni che gli metteva una mano sulla bocca per non farla urlare. Durante il nostro rientro a Cancello Arnone, Giovanni ci diceva di aver dato un pugno alla vecchia per farla stare zitta. Quando siamo usciti la vecchia non urlava più»

domenica 6 gennaio 2013

Feste e sagre, ecco le regole contro i clan. La terapia dei commissari al comune. Per gli organizzatori obbligatorio presentare i certificati penali

(Pubblicato su Il Mattino del 4 gennaio 2013)

di Alessandro Napolitano Feste, concerti, sagre. Troppo alto il rischio di infiltrazioni della camorra secondo la Prefettura. D'ora in poi tutti gli organizzatori di eventi saranno obbligati a presentare il proprio certificato penale che dovrà risultare «lindo». La risposta di via De Nicola è stata rapida: un severo regolamento che prevede, tra gli altri requisiti che dovranno possedere gli organizzatori, anche il non essere imputato in processi penali riguardanti la criminalità organizzata. Il commissario straordinario Vincenzo Greco, alla guida della macchina comunale dallo scorso agosto, ha dato dunque seguito alle richieste dell'Ufficio territoriale di governo di Napoli secondo il quale a Quarto, così come in altri comuni «a rischio», ci sarebbe il fondato «pericolo di infiltrazioni della criminalità organizzata nelle feste popolari e religiose». E' stata la stessa prefettura ad indicare i possibili «spunti» per l'emanazione del regolamento ora reso effettivo dopo il «via libera» del commissario. Alle autorità competenti dovrà essere fornito l'elenco dettagliato degli organizzatori, divisi per ruoli. Ognuno dovrà poi provvedere alla presentazione del certificato penale nel quale saranno indicati eventuali precedenti, così come attestato dal casellario giudiziario: «Tutti gli Enti e le Associazioni devono aver cura che i propri componenti siano persone di specchiata moralità, che non abbiano procedimenti penali in corso relativi alla criminalità organizzata e alla morale pubblica; a tal fine, l’istanza dovrà contenere i certificati del casellario giudiziario e dei carichi pendenti di tutti i componenti le Associazioni e dei Comitati organizzatori». Giro di vite anche per quanta riguarda finanziamenti e spese. Comitati ed organizzatori dovranno infatti «garantire la trasparenza contabile delle risorse utilizzate». Un capitolo a parte, poi, è previsto pe la festa patronale che si svolge ogni anno a settembre. Il percorso dovrà essere concordato preventivamente con la polizia municipale, così come è sempre avvenuto. Ma chi sarà alla guida del veicolo dietro il quale sfileranno i fedeli a «Santa Maria», dovrà anch'egli dimostrare di «essere di nota moralità» e che «non abbia alcun procedimento penale in corso relativi alla criminalità organizzata e alla morale pubblica» e ovviamente di non avere mai avuto condanne. Una stretta necessaria, dunque, anche alla luce di quanto emerso dalle indagini della Procura antimafia che ha indagato a lungo sulla criminalità organizzata di Quarto. Dagli atti dell'inchiesta che ha portato agli arresti e alle recenti condanne di numerosi affiliati al clan Polverino emerge che Salvatore Liccardi, una delle figure di spicco ed ex braccio destro di Roberto Perrone, «confessa inconsapevolmente di essere responsabile di atti estorsivi nei confronti degli organizzatori dei festeggiamenti in occasione della ricorrenza della santa patrona di Quarto, santa Maria». Nella rete del clan sarebbero finiti anche alcuni cantanti che si sarebbero poi esibiti durante i festeggiamenti per la santa patrona della città. «Sono andato a vedere il fatto dei cantanti a chi devo...hai capito?». Così parlava Salvatore Liccardi al telefono, proprio nei giorni in cui in città fremevano i preparativi per la festa patronale. Una telefonata ascoltata e trascritta anche dagli uomini della Procura. Per la camorra un'occasione ghiotta, dunque, la festa patronale. Ora però tutti gli organizzatori dovranno fornire i propri attestati giudiziari. Multe salate sono previste per i trasgressori, nonchè la revoca delle autorizzazioni per lo svolgimento degli spettacoli.

lunedì 17 dicembre 2012

"Lucrino, una vendita abusiva". Il lago scippato torna al demanio. Nullo il titolo di proprietà esibito da un privato: acquirente risarcito

(Pubblicato su Il Mattino del 15 dicembre 2012)

di Alessandro Napolitano E' stata scritta molto probabilmente la parola «fine» sulla lunga vicenda riguardante la proprietà del lago Lucrino. Lo specchio d'acqua è dello Stato. Lo hanno ribadito i giudici del Tribunale superiore delle acque pubbliche, bocciando di fatto il ricorso in appello presentato dalla ex proprietaria del minore dei quattro laghi flegrei, Clotilde Schiano. La donna lo aveva venduto ad una società per 845mila euro. Ad acquistarlo la Elgea, nel settembre del 2005. Quel lago, però, non poteva essere oggetto di compravendita in quanto appartenente al demanio. Un'operazione di compravendita che aveva fatto scattare l'attenzione del Ministero per i beni e le attività culturali e della Provincia di Napoli. Meno di un milione di euro per acquistare un lago nato 4000 anni fa. In primo grado la sentenza era stata perentoria: il lago è di proprietà demaniale. A carico di colei che l'aveva venduto  era arrivato l'obbligo della restituzione della somma incassata dalla Elgea. Clotilde Schiano, però, non si era arresa, dedcidendo di continuare la sua battaglia legale. Conclusasi però con la conferma della decisione del Tribunale regionale delle acque pubbliche. La Elgea - che nel frattempo aveva effettuato diverse operazioni di bonifica del lago, con la rimozione di rifiuti e di scarichi abusivi - vedrà tornare nelle sue mani gli 845mila euro. Non avrà più il lago, però. Entrambe le parti arrivate l'una contro l'altra a «duellare» in tribunale avevano cercato di far dichiarare incompetente il Tribunale delle acque. Fu il sale presente nel lago, poi, a creare nuovi dubbi, soprattutto in merito all'applicazione delle leggi in materia. Non si trattava di uno specchio d'acqua dolce, ma di natura marina. A fare ulteriormente chiarezza era arrivata già da tempo la così detta «legge Galli», con una vera e propria pietra miliare sulla vicenda: «Tutte le acque superficiali e sotterranee, ancorché non estratte dal sottosuolo, sono pubbliche e costituiscono una risorsa che è salvaguardata ed utilizzata secondo criteri di solidarietà». La sentenza che ora chiude definitivamente la questione arriva dopo anni di diatribe giudiziarie su un quanto meno «strano» caso di proprietà privata di un lago. Il Lucrino apparteneva alla famiglia Schiano di Bacoli da decenni. Nel 1961 e poi ancora nel 1972, 1976 e 1979, era stata però sottolineata dai giudici ordinari la proprietà privata dello specchio d'acqua, arrivando fino al giudizio della Corte di cassazione. Nel 1997, due anni dopo l'acquisto da parte della Elgea, la decisione viene confermata nuovamente. Ed invece tutto verrà ribaltato dal Tribunale regionale delle acque pubbliche, due anni fa. Cui è seguita l'ultima pronuncia. All'orizzonte, però, anche un ricorso in Cassazione.

Le reazioni

Il Wwf: "Giusto verdetto, ma ora lo Stato se ne prenda cura"

Per anni ha comunque beneficiato delle bonifiche della società che di fatto ne era diventata proprietaria, la Elgea. Per il lago Lucrino, da oggi, inizia però una nuova storia. Sarà lo Stato e prendersene cura. Questo è anche l'auspicio del mondo ambientalista. «La nostra speranza è che lo Stato non si dimentichi di questo importante lago - spiega Giovanni La Magna, assistente regionale del Wwf Campania - La proprietà pubblica è un impegno serio. E' bene infatti ricordare come il Lucrino sia una risosrsa enorme per la biodiversità, caratteristica che lo accomuna agli altri laghi dell'area flegrea (Averno, Miseno e Fusaro, ndr) Il lago in questione ha un valore inestimabile per ciò che riguarda l'habitat per tante specie animali e vegetali e lo è ancora di più per gli uccelli che qui vivono importanti fasi legate allo svernamento, alla migrazione e soprattutto alla riproduzione. Ciò che è stato fatto negli ultimi anni non basta. Tocca evitare che si ripetano i tristemente noti episodi di abbandono di rifiuti o di sversamenti abusivi di liquami. Questo è ciò che speriamo: che la proprietà pubblica del lago tenga al riparo questa risorsa da tutti i pericoli appena elencati».  A fare da «guardiano» negli ultimi anni ci aveva pensato proprio la Elgea, società privata. Una fortuna per un'area, quella flegrea, spesso finta proprio vittima dei privati «che hanno speculato non poco - aggiunge La Magna - attraverso l'abusivismo edilizio e altro». Una sorta di appello allo Stato affinchè la proprietà demaniale sappia essere all'altezza della situazaione, dunque, quella espressa dal Wwf Campania.

domenica 9 dicembre 2012

Bomba Maya, un Capodanno da fine del mondo. Maxisequestro della Finanza. Pozzuoli, in un capannone a poca distanza da abitazioni nascosti petardi micidiali

(Pubblicato su Il Mattino del 7 dicembre 2012)

di Alessandro Napolitano La sua esplosione non solo avrebbe ridotto in un ammasso di lamiere il capannone nella quale era stata realizzata, ma addirittura denneggiato le abitazioni vicine. E' la «bomba Maya», l'ultima invenzione pirotecnica che sarebbe finita sul mercato clandestino dei botti di fine anno. A scoprire la fabbrica è stata la Guardia di Finanza di Pozzuoli, al termine di un'indagine che aveva portato due settimane fa ad un altro rinvenimento simile, nel giuglianese. I militari del capitano Michele Ciarla hanno proseguito le loro ricerche, con appostamenti e pedinamenti. Fino a giungere in via Maria Goretti, stradina al confine tra Pozzuoli e Varcaturo. E' qui che un 42enne puteolano, S.L. sfruttava il capannone che originariamente utilizzava per conservare gli attrezzi e i macchinari per la sua attività di agricoltore. Di aratri e trattori, però, nemmeno l'ombra. Al loro posto tutto il necessario per la fabbricazione di botti proibiti, ma anche tanta marijuana. Una doppia attività per l'uomo poi finito in manette. Il 42enne è stato sorpreso mentre confezionava l'ultima «bomba». Poco prima aveva terminato quella pesante due chili, con un potenziale esplosivo impressionante. Bilancini, cartoni sagomati e cilindretti di plastica erano sparso ovunque. Oltre un quintale il peso complessivo dei botti sequestrati dalle fiamme gialle, per un valore di mercato di circa 50mila euro. Tra questi 15 esemplari di diverso peso di micidiali botti. E' quanto chiede il mercato clandestino: formati differenti a prezzi diversi a seconda della capacità esplosiva. La più leggera pesava mezzo chilo. Nulla a confronto alla «bomba Maya» che se esplosa avrebbe portato ad un effetto a catena devastante,  colpendo anche le abitazioni nelle quali vivono diversi parenti del 42enne arrestato in flagranza. In un sacco erano custoditi 13 chilogrammi di miscela esplodente, composta principalmente da cloruro di alluminio. All'interno del capannone non è stato trovato nemmeno un estintore che avrebbe potuto evitare il peggio in caso di principio di incendio. Nessuna misura di sicurezza, dunque, ma tante altre «sorprese» per i finanzieri. Come gli oltre due chilogrammi di marijuana già essiccata e nascosta in un sacco di plastica. Della stessa natura anche lo stupefacente ritrovato a casa del 42enne, assieme ad altri 116 grammi di hashish già incellophanato. La marijuana sarebbe stata messa ad essiccare nei mesi scorsi nel capannone poi finito nella rete della Guardia di Finanza. Una doppia attività illecita, dunque, per l'uomo che davanti ai finanzieri si è così giustificato: «Lo faccio solamente per vivere». Una dato che sta emergendo con sempre maggiore frequenza. Agricoltori che si prestano alla coltivazione di marijuana sui propri terreni. Come il contadino che a settembre finì in manette dopo che i finanzieri avevano scoperto che nel suo appezzamento di Monterusciello coltivava cannabis. Pesavano oltre un quintale le piante sequestrate e poi distrutte. Identico quanto scoperto a Torre Poerio e a via Campiglione, con il rinvenimento record si un fusto pesante 50 chili.

venerdì 7 dicembre 2012

Abbattuta terrazza abusiva nel ristorante preferito di Walter Mazzarri

(Pubblicato su Il Mattino del 5 dicembre 2012)

di Alessandro Napolitano  La prossima volta che Walter Mazzarri deciderà di godersi la cucina flegrea nel suo ristorante preferito potrà accomodarsi solamente nella sala interna. Da ieri mattina, infatti, è iniziato l'abbattimento della veranda del ristorante Europa Gambero Rosso. E' qui che l'allenatore del Napoli torna sempre volentieri. «Mi porta fortuna» ha sempre ripetuto il mister che a pochi metri dal porto è venuto a mangiare anche assieme all'intera squadra. Dopo anni di battaglie legali combattute a colpi di carte bollate, per la struttura è arrivato l'ordine perentorio di abbattimento della veranda. La struttura esterna che può ospitare 125 coperti è abusiva e va buttata giù. «Mi dispiace molto per ciò che il comune ha deciso, ma non posso farci nulla - racconta il titolare, Procolo Lubrano - Era stata realizzata 20 anni fa, su suolo che all'epoca era considerato demanio marittimo. Dopo il passaggio delle competenze al comune, però, mi è stato chiesto di sanare la situazione. Ho cercato di fare tutto il possibile contro la contestazione che mi era stata mossa, ma alla fine è andata così. A nulla sono valsi domande e progetti alternativi presentati al municipio. Il problema serio, però, è che ora dovrò mandare a casa anche quattro camerieri e un cuoco e tutto mentre stiamo combattendo anche questa crisi economica. Mazzarri? Lui viene da sempre qui e continuerà a farlo». Un'occupazione di suolo pubblico che sarebbe stata possibile sanare solo dietro il pagamento di una considerevole cifra economica, di oltre 120mila euro. Il comune, però (che ha ordinato lo smontaggio di una struttura anche in un altro ristorante del porto) sta portando avanti da tempo la «sua» battaglia contro gli abusi e le occupazioni di suolo pubblico non autorizzate. E' senza dubbio il lungomare di via Napoli la zona della città dove è stato riscontrato il maggior numero di irregolarità. L'ultimo blitz della polizia municipale ha permesso di «smascherare» ben dieci esercizi commerciali che avevano occupato con tavolini e sedie i marciapiedi antistanti le loro strutture. In molti erano recidivi. Oltre alla chiusura del locale per un minimo di tre giorni, per i trasgressori sono arrivate anche salate sanzioni pecuniarie, calcolate su un numero presunto di giorni di durata dell'abuso. In meno di tre mesi sono stati circa 90 i verbali elevati dai caschi bianchi. Oltre i due terzi dei gestori finiti nella rete dei controlli erano già stati multati in precedenza. Soddisfatti coloro che regolarmente avevano pagato la Tosap, la tassa di occupazione di spazi e aree pubbliche, sentitisi in qualche modo danneggiati da una forma di concorrenza sleale. C'è poi il capitolo, ben più importante, degli abusi edilizi riguardanti edifici anche di grosse dimensioni realizzati in difformità alle licenze rilasciate o addirittura eretti senza alcun permesso a costruire. In questo caso i risultati maggiori arrivano dai controlli dei carabinieri. Cigliano, Cuma e le sponde dei laghi flegrei. E' qui che sono giunte con maggiore frequenza le ruspe per gli abbattimenti coatti che spesso hanno riguardato ristoranti, ma anche capannoni industriali di notevole importanza. Su suoli destinati esclusivamente all'uso agricolo, in tanti hanno realizzato abitazioni da rivendere. Operazioni poi bloccate appena in tempo dall'arrivo dei militari. Non mancano poi casi-limite, come quello che ha visto un'intera famiglia ritrovarsi - una volta rientrata dalle vacanze - con una costruzione abusiva a pochi metri dalla loro abitazione. Un'opera realizzata in pochissimi giorni, approfittando dell'assenza dei «vicini» e al riparo da occhi indiscreti grazie alla fitta vegetazione.